Five Poems by Sa

Stavo Correndo

by Saša Perugini

I Was Running

trans. by Linda Kalaj

Stavo correndo,
ferma,
a volte,                         
camminando
altre,
col volto girato indietro.
 
Stavo nuotando,
gattonando,
saltando
verso un giorno da giornale                                         
verso un futuro
sicuro
verso la fede
di non-vuoto.
 
Stavo correndo,
di fretta e
all’improvviso,
sono rimasta
impigliata.
 
A te.
 
Appiccicata
Come lingua
su ghiaccio secco.
E il sole
mi è scoppiato in bocca.
E la pioggia
nel ventricolo
sinistro.
 
Giovane arbusto
di ginestra
fibroso e flessibile
odoroso e improbabile.
 
Il vento mi ti sventolava
contro
mentre cercavo teoremi
che stabilissero
se fosse meglio
strapparmi,
o risparmiarmi.
 
 
E non potendo io,
brandello di vessillo
continuare a correre,
mi sono ibernata dentro,
per mancare lo scontro
strappandomi la lingua,
anestetizzando il dolore,
allattando rancore.
 
Finalmente caduta
ho ripreso
la camminata
e mi sono ritrovata
in collina
salire verso
un panorama
 
e per un attimo
 
il fiato mi ha distratta
e costretta
ad incontrare l’intorno:                                                       
c’erano ovunque
schizzi di ginestre
come fiori qualunque
a benedire
la ritrovata libertà.
 
Non da te,
ma dalla corsa.
I was running,
still,
at times,
walking,
other times
with my face turned backward.
 
I was swimming,
crawling,
climbing
toward a sensationalized headline of the day’s paper
toward a future
secured
toward the faith
of non-emptiness.
 
I was running,
In a hurry and
without warning
I remained 
entangled.
 
With you.
 
Stuck
like tongue
on dry ice.
And the sun
burst into my mouth.
And the rain
into the left
ventricle. 
 
Young shrub
of broom
fibrous and flexible
fragrant and unlikely.
 
The wind motioned you
against me
while I was seeking theorems
that could establish
if it were better
to tear me,
sever you
or save myself.
 
And because I could not,
a shred of a flag
continues to run,
I hibernated within,
so to miss the collision
tearing off my tongue
anesthetizing the pain,
breast-feeding hate.
 
Finally falling
I regained
the walk
and found myself again
on a hill
moving upward toward
a view
 
and for a moment
 
distracted by my breath
forced 
to encounter all that encircled the surroundings:
everywhere there were
spatters of broom
ordinary flowers
blessing
my re-found freedom.
 
Not from you,
but from the race.

 

Scrivimi

by Saša Perugini

Write Me

trans. by Linda Kalaj

Scrivimi ti prego.
concedimi un cenno,
o la rassicurazione
che non sono sola
in questa ossessione.
 
Se il mio pensiero bastasse
a muovere il destino
offriresti una possibilità.
Cercami allora,
fammi essere una novità.
 
Scrivimi ti prego,
concedimi un segnale:
che anche tu
come me
pensi ai se,
i ma e i meglio così.
 
Centoventi minuti,
o poco più.
Tanto è durato il nostro
incontrarsi per decidere
che era necessario
ritrarsi.
 
Ti ho dovuto allontanare
per non subire
la tua paura di me.
Ma ti vorrei.
Si, ti vorrei ancora
cercare, conoscere,
ascoltare.
 
Scrivimi, ti prego.
Ancora.
Non ti eserciatare,
ad allontare,
almeno questa volta.
Giusto per provare.
Cedimi.
Cerca in me
la verità che nascondi a te. 
 
 

Write me I beg you.
grant me a hint,
or the reassurance
that I am not alone
in this obsession.
 
If my thought were enough
to move destiny
you would offer me a chance.
Look for me then,
let me become a novelty.
 
Write me I beg you,
grant me a signal:
that you too
like me
think of the what if,
the but and the better like this.
 
One hundred and twenty minutes,
or a bit more.
That is all it lasted our
encounter to decide
that it was necessary
to withdraw.
 
I had to distance you
to not endure
your fear of me.
But I want you.
Yes, I still want
to search, to know,
to listen to you.
 
Write me, I beg you.
Again.
Don’t rehearse
distance
at least this time.
Just give it a try.
Yield to me.
Seek in me
The truth you hide from yourself.

 

Ciclo

by Saša Perugini

Cycle

trans. by Linda Kalaj

Sognare
e proibirsi di sognare.
Nuoto nel tempo
aspettando il ciclo
del mio sangue.

Ovulo,
mi gonfio
sanguino,
mi sgonfio.
 
Ovulo,
mi gonfio,
sanguino,
aspetto,
controllo prima,
controllo dopo,
va sempre tutto bene.
 
Gli anni passano
il sangue aumenta
il dolore pure.
 
Dovrebbe partorire
prova a dire
il dottore.
E tu ti mordi le labbra e continui ad aspettare
di imparare a non curarti di quelle parole
di imparare a vivere nel presente
senza convenzioni né costrizioni.
 
La verifica dell’attesa,
che conferma l’attenzione
per ciò che sta per arrivare
e non per ciò che c’è.
E’ un’educazione
questa del sangue
a vivere in perenne stato
premestruale.

To dream
And to forbid oneself to dream.
I swim in time 
waiting for the cycle
of my blood.
 
Ovulating,
swelling
bleeding,
deflating.
 
Ovulating,
swelling,
bleeding,
waiting,
checking first,
checking after,
it always goes well.
 
The years pass
the blood increases 
the pain as well.
 
You should get pregnant
the doctor
tries to say.
And I bite my lip and continue to wait       
to learn to not take note of those words
to learn to live in the present 
without conventions nor constraints.
 
The verification of expectation,
that confirms the attention
for what is coming 
and not for that which is here.
It is an education
this one of blood
to live in a perennial premenstrual state.

 

Non m’invitare a cena

by Saša Perugini

Don’t invite me to dinner

trans. by Linda Kalaj

Non m’invitare a cena
ti prego,
non a vedere un film, o al mare,
non mi chiedere, non mi spiegare,
non mi leggere, non mi telefonare.
 
Io vorrei solo
fare l’amore.
Adesso, spesso, al più presto.
Così, sconosciuti, lenti sembrando
impazienti. Senza parole
da dirsi, senza desideri
se non quelli di far incontrare i nostri corpi
da soli, senza noi due lì in mezzo a disturbare
ognuno con le sue paure.
 
Lascia che i nostri odori si mischino
ti prego, prima di presentarmi
un’anima che non conosci.
Lascia che le nostre pelli ci guidino
in dialoghi senza imbarazzi,
che le nostre mani si stringano
attorno alle attese
e raccontino i nostri irriverenti desideri.
 
Allora forse riusciremo a tentare l’esperimento dell’amore.
ma non ti preoccupare, non è questo
l’altare su cui sacrificare le nostre intenzioni.
Questo è solo un divertimento che veloce evaporerà
nel passato se io accetterò
il tuo prossimo invito.

Don’t invite me to dinner 
I beg you,
not to see a film, or to the sea,
don’t ask me, don’t explain to me 
don’t read me, don’t call me.
 
I would only like to
make love.
Now, often, as soon as possible.
Just like this, unknown, slow, looking 
impatient. Without words 
to say, without desires
apart from those that our bodies meet     
alone, without the two of us in the middle to disrupt
each one with their fears.
 
Leave our scents to mingle
I beg you, before introducing me 
to a soul you do not know.
Leave our skin to guide us
in dialogues without shame,
that our hands tighten
around expectations
and tell our irreverent desires.
 
Then maybe we will be able to attempt the experiment of love.
but do not worry, this is not 
the altar to sacrifice our intentions.           
This is only a diversion that will quickly evaporate
into the past if I accept 
your next invitation.

 

A volte

by Saša Perugini

At times

trans. by Linda Kalaj

vorrei essere una nave
anzi, una piccola chiatta
un’asse di legno, una foglia, una barchetta
sottile e leggera per scivolare via indenne
tra i dolori che vedo
mentre percorro la vita.
 
I pesci al mercato stipati, infilati in vetrina
qualcuno a testa in giù
boccheggiare senza nemmeno lo spazio per sperare
qualcuno a pancia in su
zeppati come parole dentro al cervello
nella vasca verde per essere venduti
assieme alla speranza di un pasto lauto
che allontani l’idea della morte.
 
L’amica di famiglia invecchiata, ingrassata,
una piccola toppa sulla spalla, i vestiti non alla moda,
addosso a lei una sorpresa.
Come stai, le chiedo, diciamo bene, sorride ma con la testa si lamenta.
 
Il cucciolo di cane abbandonato al suo tremore
dentro ad una scatola di cartone
per ripararlo dal pavimento dell’inverno
e dai sensi di colpa dell’ ex-padrone.         
 
La vecchia contadina
alta come una macchina
Che aspetta, guarda, sospira, aspetta
E poi, senza smettere di aspettare si carica
il sacco pieno di mercanzia
sulla spalla sinistra e la borsa piena di sospiri
sulla spalla destra e lenta s’incammina verso altro aspettare.
 
Dolore, mi pare,
chissà che non siano i miei occhi a travisare      
e ciechi vedere qualcosa che non c’è.        
Una barchetta quindi vorrei essere
per scivolare via sulle onde di questo mare.
 
Una barchetta senza timone
e senza timore del dolore.
Un piccolo pezzo di legno
che si lasci trasportare a quell’unico mare                                                    
a cui tutti i fiumi portano e dove nessun legno 
può affondare.

I want to be a ship
no, a small raft
a plank of wood, a leaf, a small boat           
slender and light so to slip away unharmed
between the pain I see
while passing through life.
 
The fish at the market: crammed, stringed in a showcase   
some with their heads down
gasping without space for hope                
some with bellies up
wedged like words inside the brain 
in the green tub, to be sold
together in the hope of a hearty meal
distancing the idea of death.
 
The family friend aged, fat,                     
with a small patch  on her shoulder, her clothing unfashionable,
placed on her like a surprise. 
How are you, I ask, well she says, and smiles but with her head complains.
 
The pup of a dog abandoned in his tremors                                                 
inside a cardboard box
as if to repair the winter’s pavement
from the sentiments of guilt of the ex-owner.
 
The old peasant
the length of a car
who waits, looks, sighs, waits
and then, not ever stopping to wait she loads
the sack full of merchandise
over the left shoulder and a bag full of sighs
over the right shoulder and slowly walks toward more waiting.
 
Pain, it seems,
or who knows, if it’s not my eyes that misrepresent
and blind see something that does not exist.
A little boat then I’d like to be
to slip away on the waves of the sea.        
 
A little boat without a helm
and without fear of pain.
A small boat, is what I want to be
that lets me slip away onto the waves of this single sea
carried to where all rivers meet and where no wood
can sink.

 


Linda.KalajLinda Kalaj resides in southern California, born to parents emigrating from Montenegro and raised between the United States and Lago Maggiore in northern Italy. She holds an MFA in Creative Writing from Chapman University and BA in Government with a focus in International Relations and minor in Creative Writing from St. John’s University. Her work, both fiction short story and translation, have appeared with Sequoya Literary Magazine, Simply Shorts Review, and Aldus, a Journal of Translation.

 

Sasa Perugini

Saša Perugini is a Serbian-Italian writer born in Siena to a mother from Belgrade and father from Siena. She currently resides in Florence and serves as the Director of Syracuse University’s campus in Florence. She holds a Laurea Magistrale in English and Russian Literatures and Languages from the University of Siena and a Ph.D. in History of Theatre from Tufts University. Her publications include: Intimo Abbecedario (2004), Variazioni Cromatiche (2010); Con un Buco nel Cuore (2011); and Assaggi (2012).

Linda Kalaj

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